La Trinità spirituale, un libro magistrale finora trascurato

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Lanza del Vasto (1901-1981), La trinità spirituale, Centro Gandhi Edizioni, 2014

Lanza del Vasto (1901-1981), La trinità spirituale, Centro Gandhi Edizioni, 2014

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Daniel Vigne, « La Trinità spirituale : un libro magistrale finora trascurato », dans Il pensiero di Lanza del Vasto. Una risposta al XX selolo, éd. Antonino Drago, Edizioni Pozzo di Giacobbe, coll. « Oi christiani » n° 6, 2010, p. 151-160, et dans Lanza del Vasto, La Trinità spirituale, éd. et trad. Frédéric Vermorel, Centro Gandhi Edizioni, coll. « Quaderni Satyagraha », Pise, 2014, p. 175-186. [pdf]

La Trinità spirituale : un libro magistrale finora trascurato 

Gli scritti che hanno lasciato il segno nella storia della filosofia, raramente sono stati considerati da subito capolavori. Ri-conoscere il valore di un’opera non significa conoscerla una seconda volta, considerarla sotto altra angolatura rispetto alla prima lettura ? È così che ci si è accorti dell’importanza della Fenome-nologia dello spirito di Hegel, del Discorso sul metodo di Cartesio o della Metafisica di Aristotele molti anni dopo la loro redazione, alla luce dell’intera opera dei relativi autori.

È difficile dire se la Trinité spirituelle di Lanza del Vasto beneficerà un giorno di un simile riconoscimento. Sta di fatto però che, in occasione della pubblicazione nel 1971, l’autore ha presentato il volume quale libro chiave, vertice della sua opera. Precisava che ne aveva maturato i contenuti durante « oltre quarantacinque anni », cioè dagli anni degli studi universitari di filosofia, tra il 1921 e il 1928, trascorsi a Firenze e Pisa.

Una tale fedeltà di tutta una vita ad un progetto unico è, di per sé, circostanza rara e degna di particolare nota. Quale scrittore può affermare che un suo libro gli è costato mezzo secolo di scrittura ?

1. Ampiezza del progetto

La sorpresa aumenta se teniamo conto dello scarso spessore quantitativo del risultato finale : appena 200 pagine ! Si fosse trattato di un’enciclopedia, potremmo capire che per compilarla ci fossero volute varie decine d’anni. Ma il libro non ha alcunché d’enciclopedico, per lo meno non nel senso corrente dell’espressione : dizionario che raccoglie un gran numero di conoscenze, come l’Enciclopedia di Diderot. Si potrebbe tuttavia compararlo all’Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel, la quale non è affatto un dizionario ed è molto meno voluminosa di quella del secolo dei Lumi. Scopo tanto di Hegel, in quel libro, quanto di Lanza, nella Trinité spirituelle, non è di dire tutto, bensì di passare in rassegna, « fare il giro » (en-cycleo) delle principali forme di sapere e organizzarle in maniera sintetica : tracciare il quadro generale entro cui ogni specifica conoscenza si colloca.

Senonché l’ambizione di Lanza è addirittura più vasta di quella di Hegel : l’ambito che indaga oltrepassa la cerchia delle conoscenze, siano esse scientifiche o filosofiche. Solo il capitolo VI, in meno di venti pagine, tratta di questioni definibili quali epistemiche o gnoseologiche. Il resto del libro verte sull’arte, sulla morale, su Dio, sull’uomo, sul mondo. Vi si propone niente di meno che una concezione complessiva del mistero dell’universo, della nostra esistenza e della realtà estrema. Una visione tanto completa dell’essenza delle cose rappresenta un progetto inaudito in pieno XX secolo. Infatti, quel secolo non aveva rinunciato a qualsiasi velleità di spiegazione generale del mondo ? Non andava ripetendo che la filosofia doveva accontentarsi di spiegazioni locali e circoscritte, senza pretendere di collegarle tra loro in un sistema ?

Ecco la parola giusta : la Trinité spirituelle propone effettivamente un sistema, ossia una comprensione ordinata e globale della realtà. Quale audacia, in un tempo in cui siffatto sforzo appare poco meno che indecente e « sistema » è vocabolo quasi esclusivamente usato in funzione peggiorativa ! Ma Lanza fa fronte serenamente a questa avversione. Tale è lo scopo del suo libro : offrirci una chiave di comprensione universale. Piccola, quanto a volume, l’opera è grande nella sua finalità. Primo paradosso, seguito poi da molti altri, ma che evidenzia già una grave difficoltà. Come è possibile che un progetto cui l’autore ha lavorato per mezzo secolo sia esposto in un numero tanto esiguo di pagine ? Come un proposito così enorme e vasto può essere presentato con tanta ingenuità ? Il lettore comune che prenda in mano il libro esiterà ad azzardarsi a leggerlo. Quanto al lettore preparato, non risulterà sconcertato da un genere letterario tanto inconsueto ?

2. Ambiguità dello stile

Se apriamo il volume, l’impressione di paradosso si accentua. Infatti, dopo averlo annunciato quale sua opera più fondamentale in quarta di copertina, l’autore quasi si scusa di presentarcelo ! Così nel prologo sotto forma di dedica al fratello Lorenzo, cui chiede « perdono se il libro, il nostro libro, non è, quanto a pensiero, conforme a come da bimbi lo sognavamo insieme » (p. 7). E così nell’avvertenza d’introduzione all’appendice critica, che suona come un’ammissione di insufficienze. Lanza dichiara che l’» esposizione sommaria » anteposta si è rivelata ardua da comprendere « per molti nostri amici » e che le pagine che seguiranno lo saranno ancora più. Va fino a sconsigliare il proseguimento della lettura a chi non sia « pronto a tutto », il che è abbastanza inatteso : quale scrittore dissuade i lettori dal leggerlo ? In ultimo, Lanza sembra quasi prendersi in giro da sé nell’aggiungere : « Dal canto mio, farò del mio meglio – a rischio di essere trattato da persona poco seria o, peggio, da poeta – per non tramortirvi dalla noia » (p. 143).

Dunque Lanza sembra aver previsto che il libro non sarebbe stato accolto con entusiasmo, come effettivamente è avvenuto. Eppure aveva tentato di renderlo leggibile e gradevole, in particolare conferendo all’insieme un andamento da esposto orale : quello di una comunicazione durante un « incontro di Pentecoste nel parco », ossia nel giardino della casa comunitaria di Bollène, che, effettivamente, ebbe luogo nel 1961. Proprio gli appunti presi dalla sua sposa Chanterelle in quell’occasione e pubblicati nelle Nouvelles de l’Arche nel 1962 sono serviti di base al libro. Ma, pur se « filtrato dall’ombra del fogliame, dal canto degli uccelli e dal venticello primaverile » (p. 143), il pensiero illustrato rimane di piuttosto arduo accesso. Per quale motivo ?

Permettiamoci un’osservazione paradossale : la stessa chiarezza dello stile, la semplicità delle frasi, le frequenti immagini che vivacizzano lo svolgimento, forse hanno conseguito un effetto contrario rispetto a quello auspicato dall’autore. Invece di consentire al lettore di capire la filosofia di Lanza nelle sue implicazioni originali e profonde, la semplificazione stilistica ha occultato la ricchezza dei contenuti. Lo stesso Lanza scrive da qualche parte : « Coloro che […] mi elogiano per la mia chiarezza non afferrano il vero senso della mia chiarezza, che è un velo[1]. » Va da sé che una luce troppo forte impedisce la vista più di quanto la favorisca. In altri termini : un materiale d’una perfetta trasparenza può far pensare che sia vuoto e inconsistente, mentre sarà duro e densissimo. Non siamo di fronte a un caso del genere ?

Per accertarvene, fate il seguente esperimento : prendete una qualunque delle pagine del libro e leggetela attentamente. Nessuna delle frasi che avrete sotto gli occhi vi parrà incomprensibile, tutt’altro : tutte saranno semplici e di gran buon senso. Il susseguirsi delle frasi, d’altra parte, non sembrerà trascinarvi in ragionamenti di una sottigliezza straordinaria : quanto affermato si presenterà come una verità evidente, recante in sé la propria luce. Ma soffermatevi su questa stessa pagina per indagarla più in profondità. Passate in rassegna le idee espresse, distinguete gli argomenti affrontati, prendete nota degli autori citati o evocati, cercate il filo conduttore, la logica implicita del testo, le sue conseguenze teoriche e pratiche : rimarrete stupiti della loro ricchezza e rilevanza. Questo libro formicola di pensieri originalissimi, enunciati come di sfuggita.

L’autore ci ha voluto risparmiare la fatica di seguire nel dettaglio il corso della sua riflessione, non spiega con precisione perché passi da un’idea a un’altra, ne perché prenda tale o tal’altra direzione. Le frasi si susseguono in una modalità decisamente affermativa, quasi come sentenze definitive. In ciò consiste la forza del suo stile, ma anche il limite del medesimo : il lettore, di fronte a un’argomentazione ricevuta come ovvia, non ne misura sufficientemente le implicazioni.

Lo stesso paradosso si ripresenta a proposito delle domande e risposte che concludono la maggior parte dei capitoli. Sono vivaci, talvolta toccanti, fanno come intervenire in diretta personaggi assai vari : un amico, un compagno, un artista, Chanterelle… Sembrano completare la riflessione, recando chiarimenti circa una particolare difficoltà, un semplice punto di dettaglio. In realtà, aprono su altri settori di riflessione, cui dedicano poche righe in maniera assai breve e apodittica. Quella che si presenta come un’osservazione accessoria solleva una problematica immensa. Per rispondervi in poche parole, Lanza del Vasto è costretto a condensare il suo pensiero al massimo. Donde l’impressione di superficialità che si può ricavare da talune risposte, le quali saranno giudicate sbrigative o imprecise, quando invece sono estremamente precise e suggestive.

Aggiungiamo un’osservazione per quanto attiene alle note a piè di pagina. Il volume non ne ha quasi, il che lo distingue da qualsiasi consueta ricerca universitaria, sempre sovraccarica di rinvii scientifici e ostentante un’erudizione a tutta prova. Invece Lanza è molto discreto in merito alle proprie letture e alla propria cultura. Gli autori che cita o cui allude sono preferibilmente dei classici e anche quando è indotto a menzionarne dei meno noti, come Kanâda (p. 147), Kabir (p. 175), Baumgarten (p. 166) o i teologi di Port-Royal (p. 152), lo fa con una naturalezza tale che il lettore medio non si rende conto dell’ampiezza di conoscenze che ciò presuppone. Quanto al lettore erudito, considererà questi riferimenti come insufficientemente dettagliati e rimprovererà a Lanza un’imperdonabile disinvoltura. Insomma, né l’uno, né l’altro è in fase con le ambizioni dell’autore, il quale non intende far mostra di una grande cultura, bensì andare all’essenziale.

3. Schema poco evidenziato

Occupiamoci ora della struttura generale del libro, rilevando, per incominciare, che esso non comporta introduzione, né conclusione. D’altro canto, la suddivisione dei capitoli non è oggetto di uno schema fatto figurare preventivamente e mai il lettore può sapere a che punto ne è di uno svolgimento di cui ignora le articolazioni. Non sostengo che l’opera non abbia una sua struttura, ma faccio notare che questa non è esplicitata, né apparente. Paradossalmente esiste e anzi, a suo modo, è estremamente rigorosa. Però, nel suo sforzo di condensazione del pensiero, Lanza del Vasto non dedica tempo a riassumere quanto precedentemente detto, a sottolineare la progressività del ragionamento, ad annunciare didatticamente di cosa si accinga a parlare, né a ricordare di cosa abbia già trattato. Ogni capitolo inizia in maniera assai diretta e si conclude piuttosto bruscamente.

Analogamente – e ciò certamente ha infastidito gli accademici, abituati a distinguere le varie discipline – Lanza del Vasto non si è curato di situare i suoi svolgimenti nell’ambito delle scienze tradizionali. La particolarità salta agli occhi soprattutto nei primi sei capitoli in cui si procede ad un’esplorazione del « mistero dello spirito » tanto in Dio, quanto nel mondo e nell’uomo, come illustrerò in seguito. Si tratta di antropologia, psicologia, teologia, cosmologia ? Questi vari livelli non vengono distinti : Lanza passa senza transizioni dall’uno all’altro. Non dico che il modo di procedere non sia legittimo, bensì solo che non è esplicitamente legittimato. Ricordiamo qui qual è l’ordine dei capitoli della prima parte del libro :

Incontro di Pentecoste nel parco

I – Mistero dello spirito

II – Dio personale e persone divine

III – Le tre dimensioni dello spirito umano

IV – A proposito dell’interazione dei tre organi

V – A proposito dei gradi dello spirito

VI – Dove la ragione si specchia nelle sue opere

VII – A proposito delle opere della ragione sensibile o estetica

VIII – Risonanza e compiutezza nelle arti

IX – A proposito della triade delle arti

X – A proposito della triade delle virtù o etica

Esaminandolo con maggiore attenzione, possiamo constatare che comporta due sezioni, distinte fuggevolmente all’inizio del capitolo VI, in cui leggiamo : « Dopo questa sintetica disamina dall’interno dello spirito, consideriamo ora lo spirito nelle sue opere » (p. 61). Dunque, i primi cinque capitoli costituiscono un insieme indipendente dai successivi cinque, nei quali ravvisiamo un’altra suddivisione – fondamentale, nel libro – tra le tre principali facoltà dello spirito : conoscenza, sensibilità e volontà. Queste tre facoltà si esprimono rispettivamente nelle scienze (capitolo VI), le arti (VII, VIII e IX) e le virtù (X). Ma qual è, nella prima sezione, l’articolazione logica dei capitoli ? E perché, nella seconda, è prestata tre volte più attenzione all’estetica che all’epistemologia e all’etica ? L’autore non lo dice, il che non significa che tali scelte siano immotivate.

Diamo un altro esempio di questa organizzazione, nel contempo effettiva e non appariscente, del discorso. Nella seconda parte del volume, quella intitolata « Appendice critica », Lanza tratta di Kant, Hegel e Cartesio, per poi proporre una traduzione di un estratto dalle Upanishad seguita da commento, quindi una sintesi di estrema densità. Eccone lo schema, comprendente cinque capitoli :

Appendice critica

I – Critica della critica della ragion pura

II – Logica della ragione impura

III – Penso, dunque sono

IV – Meditazione vedica

V – Apertura sull’assoluto

Perché proprio questi tre filosofi tra tanti altri e perché prenderli in esame in un ordine diverso da quello storico-cronologico ? Cosa c’entra, di seguito, un testo indiano tanto estraneo alla filosofia occidentale ? Si potrebbe credere che abbiamo a che fare con un ordine casuale, se non addirittura con un certo disordine. Senonché il capitolo finale fornisce forse la risposta : l’autore risale il tempo. Muove da Kant, che rappresenta la svolta critica del razionalismo occidentale, passa a Hegel, che ne rappresenta la forma estrema, poi a Cartesio che ne è il fondatore. Quindi compie il grande salto verso l’Oriente e le più lontane origini del pensiero umano, prima d’innalzarsi al di sopra del tempo e della relatività, puntando alla « Relazione eterna ». Immenso itinerario sotto forma di pellegrinaggio alle sorgenti o di « Grand Retour », ma che non è mai espressamente evidenziato.

4. Pedagogia inconsueta

La Trinité spirituelle solleva diversi problemi senza fornire risposte dirette. Nel contempo, però, fornisce risposte a questioni che non ha precisato ! Si tratta di una caratteristica importante dello stile filosofico di Lanza del Vasto e di un punto sul quale dobbiamo soffermarci.

Sotto il profilo dell’espressione, colpisce il carattere affermativo, asseverativo di detto stile. Ogni frase, lo abbiamo già rilevato, risuona come l’asserzione di una verità certa, indubitabile. Il che contrasta fortemente con gli stili, ad esempio, di un Montaigne o di un Gabriel Marcel, filosofi il cui pensiero ondeggia e la cui scrittura è costantemente in fase di rielaborazione. Lanza è agli antipodi di questo genere di approccio. Non informa il lettore del processo di formazione del suo pensiero, ma esclusivamente del suo approdo. Ma, per giungere a tale approdo risolutivo, non vi è dubbio che l’autore debba avere, se non attraversato momenti di dubbio, per lo meno incontrato anche nodi non ancora risolti.

Ogni affermazione presuppone domande di cui è la risposta, ma che Lanza del Vasto si esime, spesso, dall’esplicitare. Pur ammettendo che la verità da lui enunciata gli si imponga in base a una specie di certezza intuitiva, di illuminazione immediata, egli non sempre ci aiuta a fare strada autonomamente verso quella verità. Ancora una volta, non dico che l’autore ci impedisca di seguire il percorso, ma solo che non lo segnala, non lo rende perspicuo.

5. Mistero dello spirito

Al fine di esaminare più da vicino questo contrasto tra sobrietà della forma e ricchezza dei contenuti, prendiamo un esempio, tanto più rilevante in quanto attiene alle prime pagine del libro. Il primo capitolo si intitola : « Mistero dello spirito ». Ognuno sa, tuttavia, che il vocabolo « spirito » ha vari significati, tra i quali principalmente :

– sede della coscienza individuale o, piuttosto, personale, che ci rivela a noi stessi quali esseri umani ;

– più ampiamente, rete delle relazioni invisibili che sottende l’intero universo, alito che lo anima e lo sorregge ;

– nella teologia cristiana, terza persona della Trinità, eterna e trascendente.

Questi tre significati sono separati da immense distanze, forse da veri e propri abissi semantici. Del resto, alcune lingue si avvalgono di sostantivi distinti a proposito di ciascuno. Ma Lanza, senza esitare, li connette. In poche parole, in qualche riga, attraversa l’immenso spazio che intercorre tra lo spirito umano e lo Spirito divino, ricorrendo allo spirito come legante universale. Ogni filosofo di mestiere non può che protestare riguardo a scorciatoie del genere : esigerà prove, mediazioni, dimostrazioni, che Lanza non fornisce. Da un punto di vista « grammatico-logico[2] » il procedimento è senza dubbio troppo rapido. Ciò implica che sia incoerente ? Non lo credo. Ritengo semmai che rinvii a un sistema di pensiero diverso da quello basato sull’analisi deduttiva e dimostrativa, ma non meno legittimo.

Tale sistema è ripetutamente richiamato nel capitolo. Senza essere propriamente analizzato, come ad esempio in Introduzione alla vita interiore, viene chiarissimamente suggerito. Sin dalle prime righe del libro, Lanza annuncia che tratterà di un mistero, e cioè – precisa – « non di un qualcosa che non si capisce e che non è lecito tentare di capire » (p. 11), bensì di una verità insieme ineluttabile e insondabile, il cui carattere oscuro stimola la riflessione.

Poche righe più sotto, l’autore addita la via o piuttosto il varco verso tale verità più profonda : noi stessi. Per accedervi sono necessari un rovesciamento, un ribaltamento, un tuffo interiore verso un al di là da sé. « Ma di cosa parliamo ?», obietterà a questo punto il filosofo universitario, poco aperto a questo tipo di ricerca. E Lanza replica : « Non parliamo in termini di teoria. Non si tratta di un concetto, né di argomenti. Parliamo in termini d’essere » (p. 12). Capisca chi può, o meglio chi vuole, cioè chi è disposto ad impegnarsi in questo cammino di trasformazione del suo essere.

6. Conversione dell’intelligenza

Per chi voglia penetrare il mistero dello spirito, si impone, infatti, una conversione dell’intelligenza. « Rovescio e sostanza dell’intelligenza : lo spirito », recita una definizione alquanto interessante[3]. La coscienza è spirito, ma non è ipso facto spirituale : deve divenirlo. Non possiede lo spirito, partecipa ad esso in modo progressivo e crescente. Quali sono i mezzi concreti e sperimentali atti ad agevolare tale processo di spiritualizzazione ? La Trinité spirituelle, che non è un manuale di vita spirituale, non lo specifica. Ciascuno s’impegni, se lo desidera, in questo cammino. Tuttavia, a scanso di malintesi, l’autore, alla fine del capitolo, fa figurare una precisazione capitale : la ricerca in parola non implica un rinnegamento dell’intelligenza, né un rifiuto della ragione, bensì una loro rettifica nella luce.

Lanza del Vasto è un filosofo rigoroso e non cade mai nel misticismo. Diffida ancor più dell’esoterismo pseudoreligioso. Lo spirito di cui parla il capitolo non è un’idea fantasmagorica, « un grande, vago, sogno » (p. 16), e neppure un’entità impensabile e indimostrabile. Dio stesso si offre e presenta alla nostra intelligenza, pur superandola infinitamente. Egli è, afferma Lanza, « la ragione che lo spirito chiede allo spirito » (p. 16).

Volgersi verso tale mistero, pertanto, non vuol dire buttarsi nell’irrazionalità. Anzi significa lasciare che la ragione si apra a quanto essa stessa persegue nel suo più profondo movimento. Lo spirito è la ragione liberata dalle sue catene ; è l’intelligenza che schiude le ali. È altresì il cuore liberato dai suoi attaccamenti, la volontà liberata dalle sue pesantezze egoistiche. Infatti, se l’uomo è spirito, non lo è esclusivamente per via della sua intelligenza, come preciserà il capitolo III, ma grazie a tutto il suo essere : intellettivo, affettivo, volitivo (grande triade che non abbiamo qui da esaminare).

7. Ragione e saggezza

Il resto del libro è conforme al primo capitolo della Trinité spirituelle, quale lo abbiamo or ora lumeggiato. Al testo, nonostante la sua brevità un po’ deludente, non si può muovere un rimprovero d’incoerenza, né di superficialità. È vero che Lanza avrebbe potuto (e forse dovuto) esplicitare maggiormente il suo pensiero. Avrebbe potuto e forse dovuto tener conto delle obiezioni e difficoltà che il suo scritto necessariamente solleva per i moderni, abituati a un approccio analitico e critico.

Però non bisogna dimenticare che egli non è stato alla scuola dei soli filosofi razionalisti dell’Occidente ; ha seguito i corsi delle università di Firenze e di Pisa, ma ha anche beneficiato dell’insegnamento dei saggi dell’India, come testimonia il Pellegrinaggio alle sorgenti. Questa saggezza orientale è più intuitiva che deduttiva : più che a dimostrare, si applica a far vedere. Non trasmette conoscenze libresche, bensì invita a un’esperienza.

Lanza del Vasto è un occidentale che non ha respinto il retaggio delle esigenze razionali, ma ha trasformato queste ultime in saggezza. Ed ecco forse l’ultimo motivo dello scarso successo della Trinité spirituelle : questo libro esige da noi un grande rigore razionale e, nel contempo, la rinuncia ad un certo intellettualismo. Lanza medesimo non è stato un intellettuale che criticava i « troppo intelligenti » ?

Era una posizione delicata, che è potuta dispiacere agli uni come agli altri : ai suoi lettori soliti, che hanno considerato il libro troppo teorico e speculativo ; ai filosofi e ai dotti, che lo hanno trovato troppo ellittico, troppo poetico e carente d’erudizione. Ma, resi edotti di questi due scogli, di questo duplice malinteso, non siamo, noi, in grado di evitarli ? Non è ora che nuovi studi ci facciano scoprire la profondità di un libro che ancora aspetta, quale seme in terra, di poter germinare ? E se si trattasse del seme di un grande albero ?

8. Ai lettori

Non nascondiamoci, in conclusione, che la Trinité spirituelle è un libro difficile e assai speciale. Sarebbe un grave errore volerne dare una « versione semplificata », riducendo le verità che enuncia a qualche schema o a poche formule facili da mandare a memoria. Equivarrebbe a tradirlo o banalizzarlo. Il modo corretto di leggere questo libro non consiste nel ravvisarvi un sistema astratto, una costruzione concettuale per quanto brillante possa apparire, ma una chiave di vita spirituale. Questa parola del titolo è importante : fa luce tanto sul tenore del libro, quanto sul modo d’interpretarlo. Una lettura lenta, interrogativa, che si lasci istruire e quasi plasmare sarà infinitamente più feconda di qualsivoglia rapido sorvolo.

Certo, per la comprensione di questo libro è anche necessario che si leggano le altre opere di Lanza del Vasto, con particolare riferimento ai quaderni giovanili, cioè a quel Viatico di cui egli stesso afferma che potrebbe essersi intitolato in alternativa : « Commento della Trinità spirituale[4] ». Ed è anche vero che il mio sudio, recentemente uscito[5], permetterà di conoscere meglio questa filosofia nel suo complesso e in maniera sintetica. Ma nulla, ribadiamolo, dispenserà chicchessia di un’appropriazione personale di queste grandi verità.

Quella della verità non è un’autostrada, ma una via stretta in cui ogni passo conta e ogni scoperta ci coinvolge interamente. Lungo questo disagevole sentiero Lanza del Vasto è una buona guida. Ciascuno, se lo vuole, intraprenda l’ascensione al suo ritmo e a seconda delle proprie capacità. Verso le vette della verità, un solo passo reale e concreto vale più di cento passi immaginari.

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  1. Viatique XV, inedito, n. 5578.
  2. Viatique X, inedito, n. 2611.
  3. Viatique XXI, inedito, n. 38.
  4. Le Viatique I, Éditions du Rocher, Monaco 1991, premessa al libro V, 165.
  5. La Relation infinie. Philosophie de Lanza del Vasto (19011981), I : Les Arts et les Sciences, Paris, Cerf, 2008. Il secondo volume (Métaphysique et ontologie) uscirà nel 2010.

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