Daniel Vigne, « Lanza del Vasto critico di Hegel », dans La filosofia di Lanza del Vasto, un ponte tra Occidente et Oriente, Actes du Colloque international « La filosofia di Lanza del Vasto », organisé par la Faculté de philosophie et le Département ses Sciences pour la Paix de l’Université de Pise (Pise, 27 janvier 2007), édités par Antonino Drago e Paolo Trianni, Milan, Grande Vetro/Jaca Book, 2008, p. 47-62. [pdf]
Lanza del Vasto critico di Hegel
Eminentissimi colleghi, cari amici, lasciatemi dirvi la mia gioia di essere oggi tra voi. Di certo, il fatto che dei professori universitari, provenienti da tutta Italia, studino insieme la filosofia di Lanza del Vasto mi appare un evento carico di senso, un segno dei tempi, tanto più che avviene in questa città, Pisa, dove visse, tra queste mura dove studiò : segno dei tempi, dunque, ma altresì segno collocato nello spazio. Veramente è per me un onore trovarmi tra voi in questo luogo, e mi è una gioia condividere con voi un’antica passione.
Ho incontrato Lanza del Vasto per la prima volta più di quaranta anni orsono ; ne sono stato segnato a vita. Dopo sono vissuto alcuni anni presso di lui nella comunità dell’Arca, alla Borie-Noble. Per questo motivo interruppi allora gli studi di filosofia ma, come vedete, sono tornato a questa disciplina !
Avevo da molto tempo il desiderio di rendere omaggio al grande uomo dal quale tanto ho ricevuto, cosicché nel 1999 ho intrapreso una tesi di dottorato in filosofia presso l’università della Sorbona. Ho lavorato parecchi anni sull’opera pubblicata ed anche (e sopratutto) sui manoscritti inediti : la tesi di dottorato in filosofia (Gli approcci della Trinità spirituale) che Lanza sostenne proprio in questo luogo nel 1928, la tesi di giurisprudenza (Una concezione dell’Etica e del Diritto) che scrisse nel 1925 per conto del suo amico Giovanni Acquaviva, e il gran testo filosofico (intitolato La Trinità spirituale), nuova redazione della sua tesi, la cui stesura iniziò nel 1932 ed interruppe nel 1934.
Quest’ultimo testo – un manoscritto di 164 pagine, dall’ampia calligrafia all’inchiostro viola – è molto importante per il nostro tema, poiché tratta a lungo dell’hegelismo. Di fatto, la tesi del 1928 conteneva pochi riferimenti a Hegel. Sembra che, nel giorno in cui la sostenne, la giuria glielo fece notare, invitando il giovane autore (aveva 26 anni) ad approfondire il paragone tra la sua filosofia della Relazione ed il sistema hegeliano. Tale fu il motivo per il quale Lanza del Vasto prese la decisione di comporre questo testo interamente nuovo, e nel quale presta molta attenzione al pensiero di Hegel.
Infine, ho studiato le migliaia di pagine dei Viatiques inediti, dei quaderni contenenti gli appunti del filosofo e dei vari manoscritti stesi in gioventù, i quali confermano quanto Lanza del Vasto, conosciuto principalmente come uomo d’azione e fondatore di comunità, fu pure e sopratutto un uomo di pensiero.
Scopo di questo lungo lavoro era di mostrare quanto l’università francese e l’università italiana potrebbero trarre vantaggio dal rileggere oggi in profondità l’opera di Lanza del Vasto per coglierne la straordinaria coerenza intellettuale. Quest’apostolo della nonviolenza, questo pellegrino, poeta, musicista, anzi profeta, fu altresì e prima di tutto un pensatore metafisico. Verrà mai il giorno il cui le nostre facoltà di filosofia lo presenteranno quale autore di una filosofia originale ma degna di riguardo, quale figura di primo piano di questo XX° secolo che egli tuttavia criticò e combatté ? Personalmente, ne sono convinto. Rimane da sapere chi, della Francia o dell’Italia, gli consentirà per primo tal onore ! Col presente colloquio, mi sa che l’Italia ha giocato d’anticipo…
Non sarà possibile, in poche pagine, analizzare in modo esauriente i rapporti tra Lanza del Vasto e colui che chiamava il suo “intimo nemico”[1] – poiché di tutti i filosofi Hegel è colui acui il nostro è più vicino, colui col quale mantiene il dialogo più teso e sottile. Ho dunque scelto di limitarmi a tre punti che sono, a dire il vero, tre pilastri della filosofia hegeliana : il problema della Ragione, quello del Divenire e quello della Contraddizione.
Il problema della Ragione
Se ci chiediamo come, in modo generale, Lanza del Vasto considera il grande pensatore tedesco, la sua risposta può apparirci perlomeno sorprendente : lo vede come il rappresentante di un razionalismo confuso. Afferma che “se l’opera maggiore di Kant s’intitola Critica della ragione pura, quella di Hegel merita il titolo di Logica della ragione impura”[2]. Un simile giudizio potrà sembrare severo, eppure Lanza lo sostiene con forza e non senza ironia : ai suoi occhi, Hegel non è un pensatore rigoroso. La fama di metafisico geniale, propria di questo pensatore tedesco, non resiste ad un’attenta lettura dei suoi testi, dove i concetti sono manipolati in modo approssimativo – allorquando sembra, invece, piuttosto sistematico – e finalmente deludente.
Lo scritto più remoto di Lanza del Vasto al riguardo risale al mese di settembre 1926. Il giovane, che sta per compiere 25 anni, risiede allora a Pisa. Con umorismo annota nel suo Viatique :
| Tracciare e fissare il metodo filosofico ! Provatevi a fissare il movimento, l’attitudine del corpo, come se ce ne fosse uno solo. Hegel è quello che pretenderebbe che il movimento del corpo consiste nel mettere in avanti prima il piede destro, poi il piede sinistro, e di trovarsi così in una nuova posizione dove il piede destro prova una nuova spinta in avanti e così via. E tutto questo è giusto e bello. Ma, o metodico tedesco, io potrei anche camminare all’indietro o sbandarmi da una parte come un granchio, saltare a piedi stretti, a gambe larghe, su un piede solo, potrei fare il salto mortale ! O tedesco pedestre, ho anche due braccia che brandisco, dieci dita che sfodero, due pugni che stringo, un petto che gonfio, un collo e una faccia che posso ruotare e centomila smorfie maligne per ridere della tua gravità in marcia !”[3]. Un anno dopo, scrive con maggior ironia, se possibile : “Al comando del capitano Hegel, il Reggimento dei Filosofi entrò – uno, due – a passo dell’oca in Paradiso[4]. |
Simili irriverenti giudizi possono apparire immaturi ; in effetti, cinque anni dopo, Lanza sfuma il suo parere :
| Mi sono deciso a leggere la Logica di Hegel. Mi pento di averlo giudicato prima di averlo letto. Visto attraverso i suoi ammiratori italiani, mi era sembrato un ciarlatano. La sua filosofia, alla stregua di quella di Kant, è dopotutto una filosofia del Rapporto, come la mia, e sono colpito dalla coincidenza di molte sue definizioni con le mie. Rimane l’assioma fondamentale, che nego come nego quello di Kant. La mia lettura non modifica la mia posizione nei confronti dell’autore, ma mi costringe all’ammirazione per un nemico così intimo[5]. |
Un nemico intimo, ecco probabilmente il miglior modo per situare Hegel nei confronti di Lanza del Vasto. Perché hanno in comune un’idea capitale, un principio essenziale : la concezione dialettica, cioè relazionale, del reale. Agli occhi dell’uno come dell’altro, ogni cosa è legata a tutte le altre e fa sistema con esse. Ma, afferma Lanza, col suo razionalismo spurio, Hegel rende confusa questa idea geniale. A quest’ultimo Lanza rimprovera due debolezze, l’una di fondo, l’altra di forma.
La prima consiste in una sopravvalutazione della stessa ragione, identificata con l’essere stesso. “Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale”. Lanza risponde :
| L’identificazione della ragione con l’essere toglie ogni serietà alla dottrina di Hegel. Dato che presuppone risolto il problema, il suo celebre senso tragico del reale si riduce a contemplare l’andirivieni dello spirito come si contempla un gioco : un gioco di barcarola. Lo spirito e l’essere sono come due amanti che giocano a violentarsi[6]. |
Questo rapporto mal posto tra lo spirito e il mondo, tra il razionale e il reale, fa sì che per Hegel “ogni problema è risolto prima ancora che di essere esposto : tutto ciò che è razionale è reale, dunque tutto ciò che esce dallo spirito è vero[7].” Il punto debole di questa “logica che vorrebbe essere un’ontologia[8]” è di “aver tentato operare la naturalizzazione di principi assoluti che, scaduti dalla loro sfera, perdono significato e urtano nelle obbiezioni volgari”[9]. Donde una relazione errata con la scienza, così come lo rileva il Viatique di 1969 :
| La confusione dell’ordine del pensiero con la legge delle cose, già criticabile presso un Cartesio, mentre la scienza sperimentale era ancora agli albori, presso Hegel volge al delirio ; quando la natura non si conforma al suo sistema, non dubita un attimo che sia la natura ad avere torto[10]. |
La seconda debolezza è la conseguenza della prima : poggiando su basi incerte, tutto l’edificio è sbilenco. La forma e lo stile dell’opera di Hegel, dice Lanza, procedono da “un dogmatismo barocco e romantico”. “Il suo metodo filosofico altro non è che una disciplina della confusione sistematica[11].” Anche quando crede illuminare i fenomeni che studia, Hegel li oscura. Lanza se ne diverte : “Se non fosse così piena d’assurdità, di pagliacciate enormi eseguite con aria terribilmente seria come le migliori prese in giro, la logica di Hegel non sarebbe così frizzante[12].” Tuttavia, malgrado queste critiche, sempre Lanza torna a Hegel come ad un grandissimo filosofo, e sempre termina sfumando i suoi giudizi.
É così che nel 1967 Lanza si rinchiude per diversi giorni in una biblioteca di Marsiglia e vi studia approfonditamente la Fenomenologia dello spirito,
| per chiarirmi le idee. Ho dunque letto, studiato, o per meglio dire guardato, guardato con stupore dispiegarsi il fenomeno che si chiama Hegel, meravigliandomi della capacità del ragionatore del secolo di rimescolare per migliaia di pagine delle frasi a tal punto vuote. Non vi è forse una sola delle sue frasi che non sia un’autentica e terribile tempesta in un bicchier d’acqua. |
Ma andando oltre questa impressione negativa, l’autore prosegue in modo molto più positivo :
| Ciò detto, affermiamo, per concludere, che Hegel è un pensatore immortale. Si colloca ad una svolta della filosofia occidentale che nessuno può evitare. La Dialettica e conciliazione degli opposti, che costituisce il motivo fondamentale del suo pensiero in ebollizione, si riallaccia alle più antiche tradizioni come pure ai misteri del Dogma cristiano. L’ha ridotta ad una formula incompleta che ha manipolato con una sorprendente pesantezza. Non importa ! Si tratta di un meraviglioso strumento di cui dobbiamo imparare ad usare convenientemente dopo averlo affilato a dovere[13]. |
Hegel è dunque, per Lanza del Vasto, un nemico intimamente prossimo. Sono tanto più diversi quanto sono vicini. Rileviamo questo paradosso : Lanza del Vasto affronta il razionalismo di Hegel non per contestarlo, bensì per esigere da lui maggior rigore concettuale e precisione logica. Lanza prova un rispetto infinito per la Ragione, ma rifiuta l’errore che consiste nell’utilizzarla male o, peggio, senza metodo. Precisiamo ora questa sua critica mediante l’esame di un concetto capitale : il Divenire.
Il problema del Divenire
La celebre triade con la quale s’apre la Scienza della Logica è, lo sappiamo, la chiave della Enciclopedia delle scienze filosofiche[14]. Essere, Non essere, Divenire : il movimento che unisce questi tre concetti orienta tutte le altre triadi e fa del Divenire la sintesi di tutte le contraddizioni. Fin dal 1922, Lanza scopre, tra “i grandi accordi d’apertura di questa sinfonia cosmica[15]”, la triade inaugurale da cui tutto il sistema procede. Ma, come lo dirà maliziosamente a Claude-Henri Rocquet, “se il primo bottone della redingote del filosofo è abbottonato di traverso, tutti gli altri lo saranno similmente[16]”. Da cui l’importanza di un serio esame di questo punto di partenza.
Fin dal 1926, Lanza vi oppone una considerazione paradossale : come può una filosofia del Divenire pretendere di essere la filosofia che compie la storia della filosofia ?
| Hegel non canta l’universale divenire se non per poter più assurdamente affermare che la sua piccola filosofia lo arresta e lo conclude[17]. |
Più avanti, questa critica si farà ancor più precisa. Lanza del Vasto respinge l’illogicità del collocare il Cambiamento al di sopra di tutto. Lo esprime fin dal 1928 : “A differenza di Hegel, per me il divenire, invece di essere nel terzo termine, assoluto, conclusivo, definitivo, sta nel secondo, quello della fame”[18]. Nel 1932 esprime la medesima critica :
| Il cambiamento non è la conciliazione dei contrari : è soltanto l’elemento negativo dell’universo[19]. |
L’anno seguente, Lanza precisa maggiormente :
| Sarebbe stato necessario porre il divenire quale antitesi dell’essere e cercare la sintesi. La Triade hegeliana avrebbe così acquistato un senso, senza contare il vantaggio di non rimanere su un termine dinamico, vale a dire non definitivo ed impossibile ad erigere sul piano dell’universale, perlomeno dell’assoluto[20]. |
Tuttavia, è principalmente nella tesi del 1932-1934 che si manifesta il suo rifiuto di fare del Divenire il supremo principio. Lanza scrive :
| In questa gerarchia di enti Hegel ha scelto il più umile e dubbio. Spostato poi, posto nell’universale e nel definitivo ecco che a tale ente conviene il solo non-essere. Perché il divenire è passaggio da un termine a un altro e a questa condizione ha un senso. Nell’universale, nell’infinito, al di fuori d’ogni termine non ha nessun senso e non è[21]. |
Un altro brano afferma con forza :
| Quando si considera, infatti, il prodotto che laboriosamente il filosofo ottenne da quest’inaudita fecondazione artificiale, il puro divenire, senza punto di partenza né punto d’arrivo, senza causa e senza scopo, senza determinazione, né forma, né limite, né legge, senza spazio, né tempo, senza spirito e senza sostanza, il puro divenire come sintesi che non avviene, fra l’essere che non è, e il non-essere che non c’entra, – non si distingue per nulla dal puro e semplice nulla. 0 x 0 = 0, tale è il primo degli universali concreti[22]. |
Più avanti una bella pagina filosofica afferma :
| L’aver fatto la realtà suprema del Divenire, « quel sempre nascere che non è mai » direbbe Platone, « quell’atto del possibile » direbbe Aristotele, « quel avere l’essere e non esserlo » direbbe Proclo, « quel miscuglio e luogo dei miscugli » come dice Empedocle della natura suo sinonimo ; l’aver preso per unione quel miscuglio, per sintesi ciò che di per sé si dispiega e diluisce, per soluzione ciò che costituisce il problema, per definitivo ciò che ha da compiersi, per verità quella contraddizione in atto, l’aver affidato, perfino, al divenire, la conclusione delle antinomie dello spirito, è un rovesciamento contro il quale […] la tradizione filosofica unanime protesta[23]. |
Qui sorge un interrogativo : la reticenza di Lanza del Vasto nei confronti di una filosofia del Divenire è argomentata oppure puramente retorica ? Possiede un’autentica giustificazione logica ? L’autore si spiega : l’errore di Hegel consiste nel confondere i piani. Essere e Non-essere, perché puri concetti, possono essere coniugati e combinati fin che si vuole al livello delle operazioni mentali. Ma sul piano della realtà, si escludono radicalmente. Il Viatique nel 1967 dice :
| Certo, l’essere e il nulla, in quanto affermazione e negazione, cioè in quanto operazioni mentali, si presentano simmetricamente quali complementari indispensabili l’uno all’altro. Ma ciò che li oppone non è solamente che l’uno fa un gesto a destra e l’altro a sinistra, ma soprattutto che l’uno possiede un contenuto e l’altro no. Il parallelismo è puramente mentale e senza equivalenza reale. Non può dunque esserci sintesi[24]. |
Già la tesi di 1932 così spiegava :
| “È possibile unire in sintesi gli estremi opposti d’un rapporto con l’esprimere questo rapporto, che è la loro sintesi. Ma il nulla è, per definizione, ciò che è privo di qualsiasi rapporto. Il nulla non può aver nessun rapporto con l’essere. […] Si è notato molte volte quanto sia disperata impresa, e sterile, l’accoppiare l’essere al nulla come maschio e femmina. Perché è possibile che il maschio si unisca alla femmina suo opposto (nonché simile e complice), ma è inutile sperare che il maschio prenderà per moglie l’Assenza-di-sè come sì precisamente si vorrebbe lo facesse l’Essere, e se a tanto giungesse è poco probabile che porterebbe a gravidanza quella vaghissima. […] Dire dell’essere che si accoppia col nulla o dire che non s’accoppia con nulla, è dire lo stesso[25]. |
Tuttavia, quest’argomentazione non risolve del tutto il problema, e Lanza lo sa. In effetti, la contraddizione totale tra Essere e Non-essere non si manifesta come aporia assoluta se, invece di cercarne la soluzione nel Divenire, la si cerchi, dice Lanza, su di un piano superiore, vale a dire infinitamente superiore. Afferma il nostro autore : “Il passaggio dal nulla all’essere avviene […] all’infinito”[26]. Ecco la sua dimostrazione :
| Il terzo termine che si dovrebbe ricercare molto al disopra dell’essere e del nulla, all’infinito, Hegel lo pone al disotto dell’essere, nel Divenire. Ora, di certo, è proprio tramite il non-essere che l’essere fluisce in Divenire, ma questo è decomposizione, non sintesi[27]. |
“Non è il superamento dell’essere, bensì la sua caduta ed il suo fluire”[28]. Cosicché possiamo concludere :
| Essere – Non-essere – Divenire […] : assolutamente no[29] ! Ma “Essere – Non-essere – Dio, sì[30] !” |
Aggiungiamo ancora una precisazione. La reticenza di Lanza del Vasto a collocare il Divenire al disopra di tutto potrebbe sembrare un ritorno ad una filosofia “eternista” e statica, simile a quella di Platone, svalutando ogni cambia-mento a favore dell’immutabile. Il pensiero di Lanza del Vasto è più sottile. In verità, dice la tesi del 1928, l’errore di Hegel è stato di porre il Divenire quale principio immutabile ed eterno ! Non si può dire che il cambiamento sia l’unica cosa che non cambia : lo stesso cambiamento cambia, il Divenire diviene ! E cosa diviene ? Lanza del Vasto risponde : diviene Equilibrio.
| “Lo svolgimento universale che è più universale e meno esclusivo di quanto queste teorie non credano, porta via con sé queste teorie stesse. E il cangiamento anch’esso cangia : si cangia in equilibrio all’infinito. Non nell’infinito, uno immoto e vuoto, che contiene l’universo e non lo è ; ma nell’infinito totale, immutabile e creatore, tale che mantiene dal di fuori mentre pervade dal di sotto, tutto ; in Dio che solo redime il mondo dal cangiamento, dal caso, e dalle divisioni”[31]. |
Questa riflessione sulla prima triade hegeliana, lungi dal ricondurci al Dio assolutamente immutabile della metafisica classica, “concetto scatolare, chiuso, asfissiante[32]”, sfocia su un’idea infinitamente aperta del divino. Nel 1926, Lanza ne offre varie definizioni che colpiscono : “Dio è la Forma definitiva dell’Equilibrio infinito[33].” “Dio non è unità, ma equilibrio, qualcosa d’aperto e movente”[34]. “Dio non è un fine, è un infinito. È una via come dicono i cinesi (Tao[35]).”
Qui, non bisogna rinnovare l’errore del “mobilismo” hegeliano che rinchiude Dio nel cambiamento : si tratta, al contrario, di fare entrare il cambiamento in Dio, il quale è infinitamente al di là del cambiamento. “I Romantici fanno di Dio stesso qualcosa che cresce. Ma non possono impedirci di chiamar Dio quell’altro infinito che sta per forza al di là di questo crescere e che non cresce[36]”, dice il Viatique nel 1926.
La tesi del 1928 opera lo stesso ragionamento. Nell’ideo-logia razionalista dello XIX secolo, osserva l’autore, “sotto il pretesto del Progresso, tutto cresceva ; anche Dio cresceva e progrediva”[37]. Ma questa visione contiene un errore logico :
| [Hegel] non giunse a capire che une cosa che cresce è finita, avendo fuori di sé almeno la sua futura crescita : che Dio non può dunque essere ciò che cresce, e l’infinità di Dio si prolunga nel crescere delle cose ed è il suo creare”[38]. |
Così Lanza del Vasto affronta la questione del Divenire alla stregua di quella della Ragione : di certo non per negarne l’importanza, bensì per includerla in una verità più ampia, in una realtà più alta : quella dell’Equilibrio infinito, ossia la Relazione assoluta che è, per lui, uno dei nomi di Dio.
Come si eleva la filosofia in questa direzione trascendente ? Lanza del Vasto non teme di rispondere come Hegel : mediante un movimento dialettico. Ma la sua concezione differisce da quella di Hegel riguardo alla domanda sul perno e il motore di questa dialettica. Secondo Hegel, il Prozess, cioè il Divenire universale, poggia sulla Contraddizione. Secondo Lanza del Vasto, è nella Conciliazione che si compie l’Equilibrio d’ogni cosa in Dio. Per capire tale differenza, è necessario studiare più da vicino il concetto hegeliano di “contraddizione” per cogliere ciò che ha di mal definito e di contestabile.
Il problema della Contraddizione
Torniamo alla Scienza della Logica. Se la prima triade (Essere – Non-essere – Divenire) è mal costruita, tutte le altre lo saranno allo stesso modo. Perché ? Perché nel principio stesso della loro costruzione, il celebre schema “tesi – antitesi – sintesi”, l’opposizione tra tesi e antitesi manca di precisione. Hegel lo utilizza ad ogni piè sospinto, ma i termini che oppone in modo dialettico a volte sono dei Contraddittori, che si escludono ; a volte dei Differenti che si separano senza opporsi ; a volte dei Distinti, che non sono per nulla incompatibili ; a volte dei Diversi, che si arricchiscono reciprocamente ; a volte dei Gradi di una medesima realtà, che si presuppongono dunque a vicenda !
La tesi del 1932 sviluppa a lungo una riflessione riguardo a questo problema, di cui si riconosce oggi che costituisce una delle debolezze logiche della filosofia hegeliana.
| Hegel prese gli uni per gli altri i gradi che si implicano e i contrari che si escludono e li trattò nello stesso modo, al modo degli opposti che si congiungono, benché gli uni e gli altri sfuggissero, per opposte ragioni, al trattamento”[39]. |
Quale criterio consentirebbe di uscire da questa confusione stabilendo delle distinzioni coerenti ? Lanza lo indica :
| Il primo degli errori [di Hegel] è di aver ignorato la natura propria dell’Opposizione, ignorato l’opposizione originaria : quella fra Interno ed Esterno[40]. |
Per il nostro autore, in effetti, l’opposizione fondamentale tra il Di Fuori e il Didentro (e non tra Affermazione e Negazione) costituisce l’autentica regola della dialettica. Ma questo non è l’unico errore di Hegel. Leggiamo il seguito del testo :
| Un secondo sbaglio è d’aver posto in relazione dei contraddittori che si escludevano invece d’opporsi e si negavano invece di unirsi. Un terzo è d’aver costretto in antitesi esseri semplicemente e qualitativamente differenti che non si opponevano, perché non s’incontravano. Un quarto è di non aver distinto i distinti dai diversi[41]”, ecc. |
| Qualcuno dei suoi pensieri si porta addosso con disinvoltura ben dodici strati di confusione[42] ! |
In simile pantano logico, lo spirito si smarrisce. “Chi volesse sfuggire alla tempesta degli opposti, quand’anche possedesse tutto l’oro delle Americhe e l’elisir di giovinezza, ma vi s’inoltrasse senza bussola rischierebbe di perdere nientemeno che la testa. Ed ecco la bussola”[43], dice Lanza, che nel Viatique del 1969 costruisce quello che chiama la “Rosa dei Venti degli opposti[44]”, una sorta di talismano logico che è pure una nuova Tavola delle Categorie :
La Rosa dei Venti degli opposti
Questo schema costituisce una risposta a Hegel e a Kant. Mostra che Lanza non rigetta affatto il razionalismo classico, ma piuttosto tenta di precisarlo e di completarlo. Ebbene sì, a modo suo Lanza è un razionalista, ma un razionalista riconciliato con il Reale, che la filosofia trascendentale di Kant suppone non conoscibile, e con il Dio cristiano che il panteismo di Hegel trasforma in un Processo. I due assi di questo schema costituiscono il contrassegno di questo aggiustamento.
In orizzontale, la linea di realtà collega il mondo soggettivo e il mondo oggettivo, l’interno e l’esterno. Questo in risposta a Kant che li scinde radicalmente. In effetti, il rifiuto dell’idealismo, e pure dell’idealismo trascendentale kantiano, è uno dei cavalli di battaglia del nostro autore. Uscire dal “carcere di vetro” nel quale Kant rinchiude lo spirito, metterlo in contatto reale col reale, è una delle sue maggiori preoccupazioni. A modo suo, Lanza è un razionalista, ma su sfondo di realismo.
Il secondo asse, verticale, di questo diagramma è la linea dei valori. Concetto centrale, colonna vertebrale della filosofia di Lanza del Vasto. Orbene, è qui, a Pisa, che ha scoperto questa direzione trascendente e la sua chiave di volta : Dio. Il Viatique narra a mo’ di romanzo metafisico la storia di questa scoperta. Non parlo qui della conversione dell’autore nel 1925 – magnifico racconto che meriterebbe di essere citato da tutte le antologie della filosofia spiritualista dello XX secolo – ma di un episodio più remoto, risalente all’incirca al 1922. Il giovane studente era allora alla ricerca di un concetto chiave che permetterebbe di collegare i due concetti maggiori della filosofia classica : la Qualità e la Quantità.
Scrive nel Viatique : “Quel che mi chiedo è questo : esiste mai un supremo concetto che unisca i due ? – Il concetto di Sostanza ? No, perché Sostanza esclude Quantità[45].” Qual è dunque questo terzo termine ? Durante gli anni in cui elabora la sua filosofia trinitaria, il problema occupa il pensiero del giovane studente. “Non so, aspetto, ascolto, aspetto che qualche cosa risponda”[46]. “Posso aguzzare lo sguardo fin che voglio, non vedo nulla. È più difficile che trovare una rima[47]”. “Giro e rigiro la domanda cui nessun filosofo, che sappia, ha mai trovato la risposta, e giro e rigiro a grandi passi nella silente città così ben detta Pisa cogitabunda”[48].
Nonostante le difficoltà, il giovane non rinuncia. “Ho posto la gran domanda ad Antonino. […] « Ah, mi dice, cerchi la conciliatio oppositorum ? Giordano Bruno dice che è gran magia. Troverai forse in Hegel ». Dice questo come si consiglierebbe di cercare nel dizionario !”[49] Forte di tale raccomandazione, Lanza trova nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche (1817) e nella Dottrina dell’Essere (1812) una triade che poteva corrispondere alle sue attese : Qualità, Quantità, Misura. “Misura, dice Hegel, e non è mal detto. È fra le sue trovate una delle migliori[50]”. Tuttavia “per misurare, ci vuole qualcosa da misurare, che si riconosca alle sue qualità, e ci vuole un numero per determinare la misura. Eppure, Misura non è la perfetta fusione dei due concetti”[51]. In effetti, la Misura
| non è il terzo termine ma la ripetizione del secondo. La Misura è l’applicazione della Quantità. Cosa fa la quantità ? Misura. Si tratta dunque del verbo di cui la Quantità è soggetto. Ma la Qualità ? Sfugge da ogni parte alla misura. Non misura, al contrario, distingue e diversifica. Basta[52] ! |
Poco a poco, la riflessione di Lanza va precisandosi ed innalzandosi. Capisce che la soluzione di questo problema logico si trova di là della logica. Capisce che al disopra del “pensiero calcolante” (come direbbe Heidegger) che determina le quantità, ed altresì al disopra della sensibilità che percepisce le qualità, vi è la dimensione morale e religiosa dello spirito che corona e porta a compimento quest’ultimo. Scrive nel 1922 :
| Senso della Qualità, coscienza del Tempo sono dell’ordine dell’Arte. Conoscenza della Quantità, misura dello Spazio spettano alla Scienza. La giuntura deve trovarsi all’Infinito, nel campo dell’Etica[53]. |
In effetti, risale a quel periodo l’attesa scoperta. Lanza ne offre un divertente racconto nel Viatique :
| Affannato, percorro la città : cerco mio fratello. Lo cerco sotto le arcate, sul ponte, nei bar. Interrogo i passanti : Avete visto mio fratello ? Lorenzo, l’avete visto ? – Sì, è passato di qui ! Sì, sì, è passato di lì ! Finalmente, ad una svolta l’incontro, anch’egli affannato. Gli grido : – Ho trovato ! Chiede : – Cosa ? – Qualità, Quantità, il terzo termine ? – Anch’io ho trovato ! ! – Di’ un po’, di’ ! – Valore. – Sì, valore[54]”. |
Appare qui in piena luce la differenza che vi è tra il sistema hegeliano e quello di Lanza del Vasto. Perché la Linea dei valori, sulla quale si situa l’etica, è pure l’asse della Religione. È tramite di essa che lo spirito s’innalza verso l’infinito ; è in lei che culminano le altre due potenze spirituali, la sensibilità e l’intelligenza, le quali si esprimono rispettivamente nell’Arte e nella Scienza. Incontriamo dunque in Lanza del Vasto una triade che non va senza ricordare quella dello Spirito Assoluto del pensiero hegeliano, ma che ne differisce profondamente :
Scienza Etica, Religione
Arte Religione Arte Scienza
Hegel Lanza del Vasto
Questa constatazione ci pone sulla via di un ultimo problema che non potremo approfondire qui : quello del Male. Ancora una volta, su tale questione Lanza del Vasto differisce da Hegel. Per quest’ultimo, il male è, in qualche modo, un “momento necessario” del Processo universale. La negazione non è forse la molla d’ogni progresso ? No, risponde Lanza, “il male non è ‘la molla dell’evoluzione’, è l’assenza o la mancanza d’evoluzione”[55]. L’autore si spiega :
| Gli hegeliani, muovendo dal carattere positivo e relativo del male e dell’errore, ne fanno un punto d’appoggio della loro dialettica sconsiderata, e dichiarano che il male e l’errore sono le “molle dell’evoluzione”. Mentre ne sono, in verità, l’arresto in virtù della loro stessa qualità positiva, causa, essa, del godimento e dell’attaccamento ai limiti che li caratterizzano”[56]. In realtà “sono il pentimento dal male e la confutazione dell’errore le molle dell’evoluzione : ció che non è più un paradosso hegeliano, bensì una verità cristiana[57]”. |
Conclusione
Dietro la questione del male si profila quella della violenza, che Hegel considerava come un male storico necessario, e quella della guerra, che egli vedeva come la “più alta espressione dello Stato”, prima che Marx ed Engels ne facessero “la levatrice della storia”. S’intuisce che Lanza del Vasto, discepolo di Gandhi e testimone diretto delle due guerre più mortifere che l’umanità abbia conosciuto, non possa approvare tali vedute. Le respinge non solo da un punto di vista filosofico, ma con l’impegno di tutta una vita. La “dialettica della Conciliazione”, di cui abbiamo tracciato in questa sede alcune linee portanti, è ben più di un sistema teoretico. Essa fu per Lanza del Vasto un principio d’azione e d’impegno, un progetto esistenziale e pratico.
Appare qui in piena luce la differenza tra i due pensatori. Per il grande professore berlinese, “vivere con il suo tempo” consisteva principalmente nel leggere il giornale ! Hegel, si sa, è rimasto a debita distanza da tutti gli eventi del suo secolo, accontentandosi di capirli e di teorizzarli. Per il nostro Servitore di Pace (Shantidas, nome che gli diede Gandhi nel 1937), al contrario, il lavoro manuale e la vita comunitaria, i digiuni e l’azione pubblica, l’instancabile apostolato e i viaggi in capo al mondo sono stati l’ambito di proposta e il banco di prova della pertinacia delle sue idee.
Veramente Lanza del Vasto fu un filosofo “all’aria aperta”, un filosofo in lotta, tanto più immerso nel suo secolo quanto più vi avanzò controcorrente. La sua estrema originalità si manifestò nell’aver saputo rinunciare alla speculazione, lui autentico metafisico, per scegliere di cambiare veramente vita. Più che la Contraddizione quale concetto, scelse la Conversione quale programma. Più che essere “la coscienza della storia”, volle essere, fino all’ultimo, un uomo cosciente dei suoi doveri.
Cionondimeno, Lanza ha segnato profondamente il proprio secolo. Coniugando nella sua persona, in modo originalissimo, una possente riflessione concettuale e delle scelte di vita conformi alle sue idee, Lanza del Vasto, secondo ogni probabilità, resisterà ai cambiamenti di moda e, alla fine, apparirà agli occhi di tutti per quello che è : una grande figura della storia del pensiero. Lo dicevo all’inizio : l’Italia e la Francia si ritengono onorate, la prima d’aver visto nascere e dall’aver formato quest’uomo eccezionale, la seconda d’averlo accolto. Uniamo i nostri sforzi per far conoscere la sua memoria ! Aldilà di ciò che lo separa da Hegel, una comune forza intellettuale li avvicina e li associa alle più nobili figure dell’umanità. Simile grandezza, come chiamarla se non genio[58] ?
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- Lanza del Vasto, Viatique XVI, inedito, n° 5746. [Tutti i “pensieri” consegnati da Lanza del Vasto nei suoi quaderni, i Viatiques, sono stati numerati dallo stesso autore, così come le parti e i paragrafi de Gli approcci della Trinità spirituale, la sua tesi del 1928, e de La Trinità spirituale, l’inedito degli anni 1932-1934 (N. d. T.). ] ↑
- Id., Viatique XXI, inedito, n° 164d. ↑
- Id., Viatique X, inedito, n° 2618 (in italiano). ↑
- Id., Viatique XII, inedito, n° 3596 (in italiano). ↑
- Id., Viatique XVI, inedito, n° 5746. ↑
- Id., Viatique XI, inedito, n° 3349. L’immagine della barcarola evoca la dialettica hegeliana definita come Shaukelsystem. ↑
- Id., Viatique XVI, inedito, n° 55812. ↑
- Id., Viatique XXI, inedito, n° 164d. ↑
- Id., La Trinità spirituale, inedito, 2. 27, p. 86 (in italiano). ↑
- Id., Viatique XXI, inedito, n° 164d. ↑
- Id., Viatique XVI, inedito, n° 55812. ↑
- Id., Le Viatique, Parigi, 1991, vol. I, IV, 1, p. 132. ↑
- Id., Viatique XXI, inedito, n° 164d. ↑
- G. W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, vol. I, La scienza della logica. ↑
- Lanza del Vasto, Le Viatique, vol. I, III, 22, p. 111. ↑
- Id., Les Facettes du cristal, Entretiens avec Claude-Henri Rocquet, Parigi, 1981, p. 157. ↑
- Id., Viatique X, inedito, n° 3048 (in italiano). ↑
- Id., Viatique XIII, inedito, n° 3803 (in italiano). ↑
- Id., Viatique XIV, inedito, n° 5145. ↑
- Id., Viatique XVII, inedito, n° 6106. ↑
- Id., La Trinità spirituale, inedito, 2. 27, p. 85 (in italiano). ↑
- Ibid., 2. 27, p. 83. ↑
- Ibid., 2. 29, p. 102. ↑
- Id., Viatique XXI, inedito, n° 151d. ↑
- Id., La Trinità spirituale, inedito, 2. 27, p. 82. ↑
- Id., Le Viatique, vol. I, I, 39, p. 60. ↑
- Ibid., vol. I, IV, 4, p. 136. ↑
- Id., La Trinité spirituelle, Parigi, 1971, p. 177. ↑
- Id., Viatique XXI, inedito, n° 151d. ↑
- Id., Les Facettes du cristal, p. 157. ↑
- Id., Gli Approcci della Trinità spirituale, inedito, A1, p. 7. ↑
- Id., Viatique X, inedito, n° 2877 (in italiano). ↑
- Ibid., n° 2875. ↑
- Ibid., n° 2876. ↑
- Ibid., n° 3046 (in italiano). ↑
- Ibid., n° 3049 (in italiano). ↑
- Id., Gli Approcci della Trinità spirituale, inedito, A1, p. 7. ↑
- Ibid. (frase cancellata nel testo originale). ↑
- Id., La Trinità spirituale, inedito, 2. 29, p. 100. ↑
- Ibid., p. 96. ↑
- Ibid., p. 97. ↑
- Ibid., p. 96. ↑
- Id., Viatique XVII, inedito, n° 6094, con la seguente indicazione : “Da consultare per una critica del sistema di Hegel” ; La Trinità spirituale, 2. 28, p. 92 ; La Trinité spirituelle, p. 181. Sintetizziamo in questo schema le tre presentazioni, prendendo spunto principalmente dalla seconda. ↑
- Id., Viatique XXI, inedito, n° 164d ; l’autore indica come riferimento “la tesi del 1927”, ma si tratta di quella del 1932. ↑
- Id., Le Viatique, vol. I, III, 3, p. 97. ↑
- Ibid., vol. I, II, 6, p. 67. ↑
- Ibid., vol. I, III, 19, p. 110. ↑
- Ibid., vol. I, III, 3, p. 97. ↑
- Id., Le Viatique, vol. I, III, 21, p. 110 ; cf. La Trinité spirituelle, p. 181. ↑
- Id., La Trinità spirituale, inedito, 2. 26, p. 75 ; cf. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, I, La scienza della Logica, Libro I, 3° sezione : “La misura”. ↑
- Id., Le Viatique, vol. I, III, 3, p. 97. ↑
- Ibid., vol. I, III, 22, p. 112. ↑
- Ibid., vol. I, III, 9, p. 104. ↑
- Ibid., vol. I, III, 25, p. 113. ↑
- Ibid., vol. II, XIII, 34, p. 109 (= Viatique XIII, inedito, n° 3791). ↑
- Id., Viatique XX, inedito, n° 6983. ↑
- Ibid. ↑
- Cf. D. Vigne (ed.), Lanza del Vasto, un génie pour notre temps, atti del Convegno organizzato dall’Institut Catholique di Tolosa (20 maggio 2006), Cahiers de Théologie spirituelle, n° 3, Tolosa, 2006. ↑